Segni

Una coppia cammina abbracciata al tramonto

Ci sono incontri che finiscono e continuano comunque a vivere, spostati da qualche parte tra il petto e la memoria: nel modo in cui ancora oggi mi fermo davanti a certe vetrine, in una strada che prendo per abitudine anche se non porta più da nessuna parte, in una canzone che cambio subito appena riconosco le prime note.

Con Anna non c'è stato un inizio che si possa raccontare bene. C'è stato un pomeriggio qualunque, due parole scambiate quasi per sbaglio, e poi il tempo che ha fatto il suo lavoro senza chiedere permesso.

Ritratto di Anna vicino alla finestra

Anna aveva un modo tutto suo di stare al mondo. Camminava veloce, come se avesse sempre un pensiero un passo avanti a lei, e portava sempre un anello diverso a ogni dito, come se non riuscisse a scegliere chi essere quel giorno. e poi si fermava di colpo davanti a una vetrina, a un cane che passava, a una frase che le era venuta in mente, e in quel momento il resto spariva. Rideva con la testa leggermente inclinata all'indietro, una risata vera, mai trattenuta per educazione. Ma sapeva anche restare in silenzio a lungo, e quel silenzio non era mai vuoto: era pieno di cose che stava decidendo se dirmi o no.

Parlava con le mani. Quando raccontava qualcosa che le stava a cuore — un libro, un'idea, un sogno fatto la notte prima — le dita disegnavano nell'aria forme che le parole da sole non bastavano a contenere. Aveva un modo di guardarmi, a volte, che mi faceva sentire l'unica persona rimasta al mondo: smetteva di ascoltare quello che succedeva intorno, fissava un punto tra i miei occhi e la fronte, e io restavo fermo, come se muovermi potesse rompere qualcosa.

Imparai il suo modo di ridere prima ancora di innamorarmi della sua voce. Imparai a riconoscere quando stava per dire qualcosa di importante, perché abbassava lo sguardo un secondo prima di parlare, e in quel secondo io trattenevo il respiro senza accorgermene.

Andavamo in giro mano nella mano, senza una meta precisa, e mi bastava quello: il peso della sua mano nella mia, il modo in cui le sue dita si stringevano un po' di più quando passavamo vicino a qualcosa che la spaventava, come se cercasse in me un punto fermo. Non servivano grandi gesti. Bastava esserci. Anna c'era. Io c'ero. E per un pezzo di tempo che oggi mi sembra più corto di quanto sia stato davvero, è bastato.

Era bella di una bellezza che non si vedeva subito. Bisognava starle vicino un po', lasciarla parlare, guardarla mentre si accendeva su un argomento che le stava a cuore. Diceva che pensava troppo, che se ne rendeva conto e non riusciva comunque a smettere. Diceva che aveva paura di restare sola più che di soffrire. Me lo disse una sera, quasi sottovoce, come se fosse un segreto pesante da portare, e io non seppi rispondere niente — restai solo lì, a tenerle la mano un po' più stretta.

Anna e il narratore seduti a un tavolino

Una sera le dissi:

«Sembri un disegno fatto a matita. Preciso, ma ancora aperto.»

Lei rise, di quella risata un po' sorpresa che le usciva quando qualcosa la colpiva davvero, e per un momento negli occhi le passò qualcosa che assomigliava alla commozione, anche se subito dopo tornò a scherzare, come faceva sempre quando un'emozione le sembrava troppo grande da mostrare. Da quel giorno quella frase diventò nostra. Bastava uno sguardo, in mezzo a una cena, in mezzo al niente, e sapevamo entrambi a cosa stavamo pensando.

Non saprei dire con certezza quando qualcosa cominciò a cambiare. Se ripenso a quel periodo, credo che sia stata lei ad allontanarsi per prima. Ma non ne sono mai stato completamente sicuro — perché tra noi non c’era soltanto quello che sentivo per lei. C’era un’amicizia profonda, una confidenza costruita nel tempo, qualcosa che continuava a tenerci vicini anche quando altre cose cominciavano lentamente a cambiare. Per questo era difficile capire cosa stesse succedendo davvero.

A volte mi sembrava più distante. Altre volte bastava una telefonata, una risata, un incontro improvviso, e tutto tornava come prima. Mi domandavo se stesse davvero allontanandosi o se fossi io a vedere una distanza che ancora non esisteva. Forse lei aveva già cominciato a prendere un’altra strada, e io semplicemente non volevo accorgermene.

Non ci fu comunque un litigio, né una parola definitiva. Nessuno disse: «È finita». Ci furono soltanto piccole cose. Una telefonata arrivata più tardi. Un incontro rimandato. Un silenzio un po’ più lungo del solito.

Eppure l’amicizia rimaneva. Era proprio questo a confondermi di più. Perché quando un rapporto finisce davvero, almeno sai che qualcosa si è spezzato. Tra noi, invece, sembrava che niente si fosse rotto completamente. Ci stavamo forse allontanando, ma continuavamo in qualche modo a esserci.

Due tazzine e un quaderno aperto

Ci sono ancora, sul tavolo della memoria, due tazzine vuote — l’ultima volta che ci siamo visti per un caffè, senza sapere se fosse davvero l’ultima.

Non ricordo cosa ci siamo detti. Ricordo solo che lei giocava col cucchiaino senza usarlo, e che io, per un attimo, pensai di dirle qualcosa di vero, qualcosa che forse avrebbe potuto cambiare il corso di quella storia. Poi non lo feci. Pensavo che ci sarebbe stata un’altra occasione, che un’amicizia così profonda non potesse sparire.

Il tempo passa e cambia quasi tutto. Certe cose, invece, restano esattamente dove le hai lasciate.

E ancora oggi mi domando cosa sia successo davvero tra noi. Penso che sia stata lei ad allontanarsi. Ma rimane un dubbio. Perché quando due persone sono state così vicine, quando insieme a tutto il resto c’è stata anche una vera amicizia, non è facile capire dove finisce un sentimento e dove comincia la distanza.

A volte una persona si allontana senza andarsene davvero. E forse Anna, per me, è rimasta proprio lì. In quel punto difficile da spiegare, tra ciò che è finito e ciò che, in qualche modo, non è mai finito del tutto.

Fu in quei mesi silenziosi, con più tempo libero di quanto sapessi come riempire, che tornai in una stanza piccola con le pareti sottili — quella dove, tempo prima, avevo lasciato a metà qualcosa che mi ero sempre ripromesso di finire. Non saprei dire con certezza cosa cercassi davvero, in quei giorni. Forse solo un posto dove la mia voce, per una volta, potesse arrivare a qualcuno senza il timore di non essere abbastanza.