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Un vero amico

Ho sempre avuto poche amicizie nella vita. Quelle vere, intendo. E ancora oggi potrei contarle sulle dita di una mano, forse senza nemmeno usarle tutte.

Ho conosciuto tante persone, uomini e donne, ma conoscere qualcuno non significa essere amici. Ci sono persone con cui si parla, si ride, si trascorre del tempo, ma che rimangono semplici conoscenti.

Ci fu un periodo della mia vita in cui questa differenza diventò ancora più importante. Pensavo molto, cercavo di capire quello che mi stava succedendo e, soprattutto, soffrivo.

Oggi mi manca qualcuno.

Qualcuno che mi fu vicino in quel periodo e che continua a tornarmi nei pensieri.

Non è soltanto la mancanza di una persona. È la mancanza di ciò che quella persona rappresentava nella mia vita.

Bevevamo il caffè insieme.

Detto così sembra niente. Due persone sedute davanti a una tazzina, qualche parola, magari qualche minuto rubato agli impegni della giornata.

Eppure oggi, quando penso a lui, penso anche a quei caffè.

Aveva un'intelligenza superiore alla media. Era una persona dotta, posata. Non alzava la voce per farsi ascoltare e non cercava di dimostrare quanto ne sapesse.

Quando parlavo con lui, mi spiegava con calma quello che, secondo lui, era giusto e quello che era sbagliato.

E io lo ascoltavo.

In quel periodo vedevo intorno a me molta falsità: persone che si avvicinavano solo per interesse, che nei rapporti cercavano solo il proprio vantaggio.

Lui era diverso.

Forse proprio per questo cercavo la sua compagnia.

Dietro le sue parole non c'era mai un secondo fine. Con lui non dovevo stare sulla difensiva.

E riusciva a capire anche quello che non dicevo. Bastava che mi sedessi davanti a lui: mi guardava, e prima ancora che aprissi bocca sapeva già che qualcosa non andava.

Forse l'amicizia vera è anche questo.

Qualcuno che capisce anche i tuoi silenzi, e rimane lì.

Nei momenti più dolorosi mi stava vicino. Mi aiutava, mi ascoltava e cercava di consolarmi senza mai giudicarmi. Quando io non riuscivo più a dare un ordine a quello che provavo, lui restava lì.

Ricordo soprattutto una notte.

Avevo assolutamente bisogno di parlare con qualcuno. Mi sentivo ferito, confuso, pieno di rabbia e di pensieri che non riuscivo a tenere dentro.

Telefonai a lui senza sapere bene cosa avrei detto.

Non servivano molte spiegazioni: capì che avevo bisogno della sua presenza e venne.

Andammo in una discoteca.

Due amici davanti a una discoteca

Forse era il posto peggiore in cui potessi andare quella sera. Intorno c'erano musica, persone, voci, risate. Ma dentro di me c'era un dolore che tutto quel rumore non riusciva a coprire.

Volevo sfogarmi, lasciare uscire quello che mi portavo dentro. Dissi parole pesanti, parole che nascevano più dal dolore che dalla ragione, dalla rabbia e dall'impotenza di chi non sa come liberarsi da ciò che lo sta consumando.

Lui non cercò di darmi ragione a tutti i costi.

Non alimentò la mia rabbia.

Mi ascoltava.

Sapeva andare oltre le parole che pronunciavo e riconosceva quello che c'era veramente dietro: una persona ferita che, quella notte, aveva bisogno, prima di tutto, di non sentirsi sola.

Aveva la capacità di restare calmo quando io non riuscivo a esserlo. Non cercava la frase perfetta né una soluzione a ciò che stavo vivendo.

La sua presenza era già una forma di aiuto.

Quella notte il dolore non scomparve. I problemi rimasero gli stessi.

Ma non avevo dovuto attraversare quelle ore da solo.

Avevo avuto bisogno di qualcuno.

Avevo preso il telefono.

Avevo chiamato un amico.

E lui era venuto.

Una sedia vuota davanti a un caffè

Qualche volta, davanti a un caffè, guardo la sedia di fronte a me.

È vuota.