Sette giorni e una notte di neve
Le mie amicizie erano tutte lì vicino e, quando mi fermavo da quelle parti, dormivo spesso a casa di un amico che aveva una sorella, Anna.
A quei tempi pensavo di essermi innamorato di lei. E credo che anche Anna pensasse che tra noi ci fosse qualcosa che, prima o poi, sarebbe diventato amore.
In realtà non era mai successo niente.
Nessuna dichiarazione, nessuna promessa. Soltanto quella confusione meravigliosa dei vent’anni, quando basta uno sguardo per immaginare una storia intera.
Anna aveva un’amica francese, Beldina.
La conoscevo già. Mi piaceva da tempo, anche se tra noi non era mai accaduto nulla.
Un giorno, quasi di nascosto, mi invitò a passare qualche giorno a casa sua. I suoi genitori erano partiti per Capodanno e lei sarebbe rimasta sola.
Avevo vent’anni, forse ventuno.
Non ci pensai molto.
Accettai.
Passammo insieme quasi una settimana senza programmi e senza orari, senza decidere davvero cosa avremmo fatto il giorno dopo.
Uscivamo, camminavamo, guardavamo paesaggi che non eravamo andati a cercare. A volte restavamo fuori per ore, senza una meta precisa.
Spesso camminavamo mano nella mano.
Era una cosa naturale.
Non avevamo bisogno di parlarne.
Beldina era una vecchia fiamma, una di quelle persone che rimangono per anni in qualche angolo della vita senza che si riesca mai a capire bene quale nome dare a ciò che si prova.
Ci piacevamo.
Questo lo sapevamo entrambi.
Ma tra noi non era mai successo veramente niente.
Forse per timidezza. Forse perché nessuno dei due aveva mai trovato il momento giusto.
O forse perché, a quell’età, certe cose si sentono molto prima di riuscire a capirle.
Quella settimana dormimmo nello stesso letto.
Non fu una decisione.
Successe e basta.
La sera arrivavamo stanchi, ci infilavamo sotto le coperte e il giorno finiva così, uno accanto all’altra, come se fosse la cosa più normale del mondo.
Fu proprio in quei giorni che Anna ci vide insieme.
Non so cosa abbia pensato.
Non gliel’ho mai chiesto.
Non l’avevo tradita, perché tra me e Anna non c’era mai stato niente da tradire. Nessuna promessa, nessuna parola pronunciata, niente che avesse davvero un nome.
Eppure quello sguardo mi è rimasto dentro.
Anna e Beldina erano amiche vere, di quelle che si raccontano tutto.
Forse per lei la parte più difficile non era vedermi con un’altra ragazza, ma vedere la sua migliore amica insieme al ragazzo che fino a poco tempo prima dormiva spesso a casa sua.
Si era ritrovata in mezzo a qualcosa che nessuno di noi aveva previsto.
Poi arrivò Capodanno.
Quella sera la casa si riempì di amici.
C’erano coppie che ballavano, bicchieri che si riempivano continuamente, musica, risate, gente che entrava e usciva dalle stanze.
Fuori aveva cominciato a piovere.
Io ero lì con tutti gli altri, ma dentro di me sentivo qualcosa di strano.
Dopo una settimana trascorsa insieme — dopo tutte quelle passeggiate, quelle mani intrecciate, quelle notti nello stesso letto — avevo improvvisamente bisogno di stare solo.
Non perché volessi allontanarmi da Beldina.
Almeno, allora non lo pensavo.
Avevo semplicemente bisogno di silenzio.
A un certo punto presi le chiavi della mia Fiat 500 e uscii.
Da solo.
Non dissi molto.
Mi misi alla guida e puntai verso le montagne.
Volevo vedere la neve.
Ancora oggi non so perché quella notte mi sembrasse così importante.
Forse volevo soltanto uscire da quella casa piena di voci, di musica e di gente.
Forse avevo bisogno di allontanarmi per qualche ora da qualcosa che stava accadendo dentro di me e che non riuscivo ancora a capire.
Accesi la radio e cominciai a salire.
All’inizio pioveva.
Poi, poco alla volta, sul parabrezza comparve il nevischio.
Continuai.
Più salivo, più la pioggia cambiava.
Finché arrivò la neve.
I fari della 500 illuminavano i fiocchi davanti a me e tutto il resto sembrava essere scomparso.
La strada.
La notte.
Il rumore del mondo.
Rimasi lassù da solo.
Non ricordo per quanto tempo.
Forse poco.
Forse molto.
Ricordo soltanto il silenzio e quella strana sensazione di libertà.
Mentre tutti festeggiavano l’arrivo dell’anno nuovo, io ero in montagna, da solo, davanti alla neve.
Ero partito per cercarla.
L’avevo trovata.
Poi tornai.
Quando arrivai a casa la festa era ormai quasi finita.
C’era gente addormentata dappertutto: sui divani, sulle sedie, per terra, appoggiata l’una all’altra.
Andai verso la camera.
Per quasi una settimana quello era stato il nostro letto e, senza nemmeno rendermene conto, avevo cominciato a considerare una parte di quel letto come il mio posto.
Quando entrai trovai qualcuno che ci dormiva sopra.
Probabilmente aveva bevuto troppo.
O semplicemente non aveva più avuto la forza di cercarsi un altro posto.
Lo guardai.
Poi, senza pensarci troppo, lo spinsi giù dal letto.
Cadde sul pavimento.
Non si svegliò nemmeno.
Rimase lì.
Io mi infilai sotto le coperte e mi ripresi il mio posto.
Il giorno dopo io e Beldina restammo ancora insieme.
Fu l’ultimo giorno di quella settimana.
Poi dovetti partire.
C’era il lavoro.
C’era la vita normale che aspettava di ricominciare.
Ci lasciammo così.
Non perché qualcosa fosse andato storto, ma semplicemente perché bisognava tornare a vivere, ognuno la propria vita.
E tutto quello che avevamo vissuto in quei giorni rimase lì, sospeso.
Per molto tempo non seppi dare un nome a quella settimana.
Oggi penso che forse fosse la prima volta che incontravo davvero la passione.
Non era ancora amore.
Non era una promessa.
Non era nemmeno qualcosa che avessimo avuto il coraggio di dichiarare.
Era semplicemente qualcosa di forte.
Abbastanza forte da farmi prendere una Fiat 500, nel mezzo della notte di Capodanno, e salire da solo verso la montagna per cercare la neve.
A vent’anni non si hanno sempre le parole per spiegare quello che succede dentro.
Si hanno i gesti.
Una mano tenuta per giorni.
Due persone che dormono nello stesso letto senza chiedersi perché.
Una 500 che sale nella notte.
La neve cercata da soli.
Un posto nel letto che, tornando, senti improvvisamente di doverti riprendere.
E lo sguardo di una ragazza che, forse, aveva immaginato una storia diversa.
Le parole arrivano molto più tardi.
A volte, cinquant’anni dopo, quando capisci che certe storie non finiscono davvero.
Rimangono semplicemente ad aspettare che il tempo trovi le parole giuste.