La mia radio, in realtà, cominciò molto prima che esistesse davvero.
Avevo quattordici anni e tutto ebbe inizio in uno spazio ricavato sopra il soffitto di casa, un sottotetto che per me era già un piccolo laboratorio.
Non avevo strumenti professionali. Avevo qualche componente recuperato qua e là, dei fili, uno schema trovato non so dove e una curiosità che non mi dava tregua. Con quel poco cominciai a costruire il mio primo trasmettitore a valvole.
C'è una valvola che ricordo ancora oggi, a distanza di tanti anni: una 6V6.
Saldavo, provavo, smontavo e ricominciavo. Non sapevo bene dove mi avrebbe portato tutto questo. Sapevo soltanto che mi affascinava l'idea di riuscire a mandare una voce nell'aria.
Alla fine quella radio funzionò.
O almeno, funzionava a modo suo.
Il problema era che il trasmettitore era pieno di armoniche. Quando lo accendevo, soprattutto di notte, disturbavo praticamente tutte le televisioni del vicinato. Bastava che iniziassi a trasmettere e qualche apparecchio nei dintorni cominciava a riempirsi di righe, interferenze e piccoli fantasmi elettrici.
Io ero felicissimo.
I vicini un po' meno.
Non avevo ancora un'emittente vera, non avevo uno studio e certamente non avevo un pubblico. Avevo però scoperto qualcosa che mi sembrava straordinario: quello che costruivo con le mie mani riusciva a uscire da quella stanza e ad arrivare fuori.
La mia voce viaggiava nell'aria.
Fu quello il primo seme.
Ma a quell'età la radio non era l'unica cosa che occupava i miei pensieri.
Frequentavo il conservatorio ed ero molto interessato alla musica, soprattutto a quella classica. Ascoltarla mi dava una sensazione particolare, quasi di sollievo. C'erano momenti in cui bastava una musica per farmi dimenticare tutto il resto.
Credo che anche questo abbia avuto un'importanza nella mia storia con la radio. Per me la radio non era soltanto elettronica, valvole e circuiti. Era anche musica. Era la possibilità che una voce, un'orchestra o una melodia arrivassero da lontano e riempissero una stanza.
Poi c'era tutto il resto della vita.
C'erano gli amici e cominciavano i primi interessi per le ragazze, i primi sguardi, le prime simpatie. Erano cose semplici, ma a quell'età sembravano importantissime.
Ricordo soprattutto le sere del mese di maggio.
In quel periodo c'era il rosario e molta gente si ritrovava vicino alla chiesa. I fedeli entravano per pregare, mentre noi ragazzi spesso rimanevamo fuori. Quello spazio era diventato anche un punto d'incontro. Ci si trovava, si parlava, si scherzava e, naturalmente, si cercava di stare vicino alla ragazza che piaceva.
Ogni tanto facevamo un po' troppo rumore.
Allora poteva passare la polizia.
Non arrivavano con atteggiamenti aggressivi. Ci guardavano e ci facevano semplicemente capire, con un gesto o con poche parole, che dovevamo abbassare la voce e lasciare pregare in pace quelli che erano dentro la chiesa.
Era quasi un richiamo paterno.
Bastava quello.
Erano tempi diversi da quelli di oggi. Non so se fossero migliori o peggiori, ma certamente diversi. C'era una certa semplicità nei rapporti e anche nel modo in cui gli adulti ci richiamavano quando esageravamo.
Di quegli anni ricordo soprattutto questa mescolanza di cose: la musica, il conservatorio, gli amici, le prime ragazze e la curiosità per tutto quello che aveva a che fare con l'elettronica e con la radio.
Sembravano mondi separati, ma forse non lo erano.
In fondo, sia la musica sia la radio avevano qualcosa in comune: riuscivano a raggiungermi e, nello stesso tempo, mi facevano venire voglia di raggiungere gli altri.
Poi quella fase sfumò piano piano, come sfumano le cose che non finiscono mai del tutto, ma si trasformano senza che tu te ne accorga.
Arrivò lo studio, con i suoi impegni e le sue scadenze. Arrivò il divertimento, con le prime uscite vere, le serate che si allungavano senza una ragione precisa. Arrivarono facce nuove, nomi da imparare, amicizie che nascevano quasi per caso e che poi restavano.
E arrivò anche una ragazza.
Di lei, per ora, dirò soltanto che c'era e che, per un tratto di strada, bastò quello a tenermi lontano dal sottotetto.
Il trasmettitore rimase lì, con le sue valvole e i suoi fili sparsi, sempre più silenzioso. Non lo dimenticai — non avrei potuto — ma per un po' smisi di salirci ogni sera.
L'elettronica restò comunque dentro di me, come restano certe passioni: non se ne vanno mai davvero, si mettono soltanto da parte, in attesa.
Poi, quasi senza accorgermene, tornai a cercarla.
Eravamo ormai un gruppo di amici e alcuni di noi avevano comprato delle radio sugli undici metri. Le montavamo in macchina e ci parlavamo mentre giravamo per la città, soprattutto la sera.
Non c'erano telefoni cellulari, non c'erano messaggi e non c'erano gruppi dove decidere in pochi secondi dove trovarsi.
C'era la radio.
«Dove sei?»
«Sto passando di qui.»
«Ci troviamo al bar?»
E così, quasi senza programmarlo, finivamo spesso tutti nello stesso posto.
Un bicchiere di vino, un panino, qualche risata e il racconto di come era andata la giornata.
La radio era diventata il nostro punto d'incontro invisibile, il filo che ci teneva collegati anche quando ognuno si trovava in una parte diversa della città.
Facevamo anche delle burle, naturalmente.
C'erano soprannomi, prese in giro, qualcuno che cambiava voce per non farsi riconoscere. Bastava sentire una voce conosciuta uscire dall'altoparlante della macchina e la serata prendeva subito un'altra piega.
Ma non ci limitavamo a parlare tra noi.
C'era anche la curiosità di capire fin dove riuscivamo ad arrivare.
Chiamavamo e aspettavamo.
A volte sembrava di sentire una voce lontana, coperta dal rumore di fondo. Altre volte non rispondeva nessuno e rimanevamo lì, in ascolto, davanti a quel fruscio continuo che sembrava comunque promettere qualcosa.
Sugli undici metri i collegamenti a grande distanza non erano scontati. Le condizioni cambiavano continuamente e proprio per questo ogni contatto più lontano del solito diventava una piccola conquista.
Era una soddisfazione difficile da spiegare a chi non l'ha vissuta.
E intanto il nostro giro si allargava.
Capitava di intercettare una voce nuova, sconosciuta, e dopo un po' di ritrovarcela seduta allo stesso tavolo. Alcune amicizie nacquero proprio così, quasi per caso: prima nell'etere e poi nella vita vera.
Tra le persone che frequentavo ce n'era una destinata a diventare particolarmente importante.
Era un mio amico con una straordinaria facilità per l'elettronica. Aveva una mente particolare: capiva i circuiti quasi d'istinto, trovava soluzioni dove io magari perdevo ore a fare prove e aveva la capacità di individuare subito dove stava un problema.
La cosa curiosa era che, nonostante questo talento, aveva scelto di dedicarsi alla filosofia.
Ne parlavamo spesso e, a pensarci oggi, mi sembra quasi strano: da una parte transistor, valvole, schemi e saldatori; dall'altra discussioni su idee molto più grandi di noi.
Ma forse era proprio questo contrasto a renderlo così interessante.
Naturalmente non vivevamo soltanto di elettronica.
Eravamo giovani, uscivamo, ci divertivamo e c'erano anche le ragazze. Qualche avventura, qualche storia breve, qualche serata che ancora oggi torna alla memoria con un sorriso.
Facevano parte di quegli anni esattamente come i circuiti, la musica e le idee che avevamo in testa.
Era un periodo pieno di energia, nel quale tutto sembrava possibile.
Poi ci fu un pomeriggio che ancora oggi considero decisivo.
Andai a trovare Giorgio, un amico, e lui mi portò nella sua soffitta. Lì, tra assi di legno e polvere, aveva montato un piccolo trasmettitore. Solo cinque watt, niente di più, ma funzionava davvero.
Lo accese e per un momento restai semplicemente a guardarlo.
Non era la potenza a colpirmi. Cinque watt erano quasi nulla.
Era l'idea che si potesse fare davvero.
Con pochi componenti, un po' di pazienza e una soffitta qualunque, era possibile costruire qualcosa capace di mandare una voce fuori da quelle quattro pareti.
Tornando a casa pensai una cosa molto semplice: se Giorgio ci era riuscito, forse potevo farcela anch'io.
Fu come ritrovare, improvvisamente, il ragazzo del sottotetto.
Solo che questa volta il desiderio era diverso.
Non volevo più costruire soltanto un trasmettitore per fare delle prove o parlare con gli amici.
Volevo una vera emittente.
Una radio capace di entrare nelle case della gente, trasmettere musica, avere programmi, voci e persone che ci ascoltavano senza nemmeno conoscerci.
Fu allora che quell'amico appassionato di elettronica diventò fondamentale.
Mi aiutò a mettere insieme il progetto, a montare le apparecchiature e a risolvere i problemi tecnici. Il trasmettitore vero e proprio lo costruì lui, mettendo al servizio di quell'idea tutta la sua esperienza e la sua capacità.
Io misi insieme il resto: un mixer audio, un microfono professionale, due giradischi, una quarantina di dischi in vinile raccattati qua e là e un registratore a bobine per le prime prove.
Non era molto.
Ma era tutto quello che serviva per cominciare.
Ancora fili, ancora saldatori, ancora componenti.
Questa volta, però, non stavamo più facendo prove alla cieca.
Il calibraggio fu perfetto al primo colpo.
Non stavamo costruendo un apparecchio per parlare tra noi.
Stavamo costruendo una stazione radio.
E fu così che, dopo tanti anni, quel primo trasmettitore costruito nel sottotetto smise di essere soltanto il ricordo di un ragazzo curioso.
La mia radio stava finalmente prendendo vita.