La femminista e Dante
GB, non ti è mai capitato che la tua amata ti dicesse:
A me è capitato il contrario.
Mi è capitato con una femminista che, quella sera, non voleva sentire scuse.
Voleva usare il mio Dante.
E ti giuro: non è roba per deboli di cuore.
Mi chiama lei. Voce strana, tirata. Dice che ha bisogno.
Io, fesso, ci casco.
Vado.
Parliamo. Un po' piange, un po' sospira. Poi, di colpo, cambia voce — come se qualcuno avesse girato un interruttore.
Mi poggia la testa sulla spalla. Io comincio a sentire la pressione salire, ma tengo botta.
Poi mi scappa la pisciata.
Vado in bagno, apro la zip, tiro fuori Dante — sì, lo chiamo così, perché non sarà di marmo, ma quando è in forma sa il fatto suo.
Sto lì che scarico la tensione.
Entra lei.
Senza dire una parola.
Guarda dritto nel mirino, occhi fissi.
E mi spara in faccia:
Devi scoparmi.
Adesso.»
Così.
Niente introduzione, niente se, niente ma.
Un'ordinanza. Un comando.
Tipo: «Fallo e fallo bene, o sei fuori.»
E io lì, con Dante che nel frattempo, invece di salire, cominciava a contemplare il Purgatorio.
Avevo ancora i pantaloni alle ginocchia e la vescica a metà, mentre nella testa mi partiva il panico:
E se tira fuori il metro?
E se ha un calibro digitale per misurare la circonferenza?
E se accende il cronometro e pretende dodici minuti netti di ritmo costante, con variazioni di profondità e chiusura col botto?
Già la vedevo con la penna in mano a compilare il verbale:
Nome maschio: Caio
Strumento: Dante
Condizioni generali: Presentabile, ma incerto
Durata: Deludente
Coinvolgimento emotivo: Assente
Orgasmo: Latitante
Giudizio finale: Prestazione insufficiente. Rispedito al corso base di educazione sentimentale.